martedì 07 ottobre 2008 altro pag. 28

LA STORIA. Un sindaco che vuole lo stabilimento e i suoi successori, a Fumane e a Marano, che si spaventano per le conseguenze, come il consorzio per la tutela dei vini. Quarant’anni di polemiche, mai sopite

Valpolicella, vigneti & cemento
di Giancarla Gallo

Nei primi anni Sessanta l’Italia si affacciava al boom economico, ma vaste aree rurali, anche al Nord, erano depresse: la popolazione emigrava in cerca di lavoro, la montagna si spopolava. Gli investimenti nell’industria, che potessero offrire posti di lavoro, erano benvenuti e favoriti. In un’atmosfera del genere arrivò a Fumane la proposta del cementificio: la prospettiva era di un centinaio di posti di lavoro, ottanta circa come dipendenti dello stabilimento e una ventina di camionisti.
Porta la data del 21 novembre 1961 la lettera dell’allora sindaco Angelo Frapporti (non parente dell’attuale sindaco, Mirco Frapporti) inviata alla prefettura, alla Provincia e alla Soprintendenza ai monumenti: «Questa amministrazione da tempo sta studiando la possibilità di aiutare il sorgere di qualche industria a Fumane con lo scopo di arrestare l’esodo continuo della popolazione, specialmente montana, che non trova in loco il necessario per vivere. Quindi da poco tempo ha in corso le trattative con la costituenda società Cementi Verona per la costruzione di un cementificio a Fumane e per concretare la realizzazione dello stabilimento tutta l’amministrazione dà il massimo appoggio e interessamento, tenuto conto che industria più adatta non potrebbe sorgere in sito poiché viene a sfruttare terreni aridi e improduttivi con la possibilità di occupare manodopera non specializzata, che abbonda nella zona. Per ragioni tecniche e di spazio e per la vicinanza alla cava del materiale da utilizzare, è indispensabile che il cementificio sorga a circa due chilometri da Fumane, in una valletta trasversale della Valle dei Progni. Del resto tale ubicazione è la più indicata perché lontana da abitazioni e strade di traffico turistico, in territorio montano e depresso, facilmente accessibile da parte degli operai delle zone limitrofe. Il costruendo stabilimento non deturperà neppure il paesaggio naturale di Fumane e della Valpolicella», scriveva il sindaco, «in quanto sarà incuneato in una stretta valle a nord del Monte Santoccio che praticamente chiude l’accesso alla Valle dei Progni. Il traffico pesante dell’industria non sarà di ostacolo al movimento turistico in quanto la strada che porta ai Monti Lessini è in altra zona. Questa amministrazione si è inoltre preoccupata di salvaguardare la salute pubblica e la protezione delle colture specialmente viticole e ha avuto in proposito le più ampie garanzie, dato che l’impianto previsto è del tipo a depressione, munito di costosissimi filtri sia per le polveri, sia per i prodotti della combustione. L’amministrazione comunale, pressata dall’ansiosa attesa della popolazione, spera nella collaborazione degli enti in indirizzo, sicura che nessun ostacolo intralcerà o ritarderà la realizzazione della tanto desiderata opera».
Prima ancora di ottenere l’ok degli enti superiori, il Comune di Fumane, con una convenzione del 27 luglio 1961, aveva provveduto alla compravendita dei terreni per la costruzione dello stabilimento per un ammontare di 15 milioni di lire. Il primo atto dell’azienda fu la richiesta di ricerca mineraria per appurare la qualità della marna. Di fatto lo stabilimento fu costruito senza che vi fosse ancora l’autorizzazione mineraria. Nel 1971 la ditta fa domanda per ottenere la trasformazione del permesso di ricerca in concessione mineraria: a questa si oppongono i Consigli comunali di Fumane e di Marano (quest’ultimo teme per il Monte Castelon, inizialmente inserito nella zona mineraria, dove si trovano i resti del castello di Federico della Scala e la chiesa di Santa Maria Valverde), la delegazione regionale veneta dell’Unione nazionale Comuni ed enti montani, l’Unione agricoltori Verona, il comitato per la difesa ecologica di Fumane, la Coldiretti, il Consorzio tutela vini Valpolicella, la Società naturalisti veronesi, Italia Nostra, il Wwf e il Club alpino italiano.
NO DI MARANO L’allora sindaco di Marano, Gianmaria Tommasi, chiede che la domanda venga respinta e organizza una raccolta di firme tra i cittadini: «La zona interessata è paesaggisticamente fra le più belle, culturalmente fra le più interessanti ed economicamente assai notevole nel settore agricolo e turistico». Gli fa eco Guido Barbetta, generale e studioso dell’architettura militare con villa a Valgatara; scrive Barbetta l’8 luglio 1972: «Plaudo incondizionatamente alla delibera che si oppone alla progettata distruzione del patrimonio storico, artistico, economico della nostra bella vallata, finora preservata dai tanti orrori che deturpano altre zone».
Sono passati dieci anni, la viticoltura della Valpolicella comincia ad avere riconoscimento e successo e cresce la preoccupazione per l’insediamento di un’attività dal fortissimo impatto ambientale in una zona che sta trovando la sua vocazione nella valorizzazione del territorio e del suo prodotto più pregiato, il vino. Queste preoccupazioni emergono nel 1974 in un documento del Partito socialista italiano, sezione di Fumane, diffuso dopo una pubblica assemblea «per discutere sugli effetti sociali e ambientali causati dalla fuoruscita di polvere dal cementificio». Era il periodo in cui i cittadini di Fumane raccoglievano sui davanzali e sui poggioli o sui tetti delle automobili grandi quantità di polvere bianca, che si depositava dovunque, anche sui vigneti. «Non essendo possibile tornare indietro, tuttavia è indispensabile individuare responsabilità e colpe del passato», si legge nel documento, «nell’azione di quanti hanno dato il loro appoggio alla creazione del cementificio, senza valutare i possibili e reali effetti negativi che un’industria del genere poteva recare e senza garanzie precise sulla possibilità di polvere e sulla politica del cementificio in ordine allo sviluppo del paese di Fumane. Vanno denunciati quanti oggi, tra la popolazione, continuano a difendere indiscriminatamente la posizione della Cementi Verona, chiudendo gli occhi solo per il loro tornaconto personale».
PROTESTE Non mancano richieste per la difesa della salute di coloro che lavorano nello stabilimento «mettendo fine alla politica paternalistica del cementificio, che blocca il nascere di una coscienza sindacale matura», e si chiede «l’eliminazione delle cause che producono malattia». Si suggerisce la creazione di un osservatorio per controllare le emissioni in atmosfera e verificare «se gli aumenti di polverosità sono dovuti a una cattiva manutenzione dei filtri, per non diminuire i ritmi di lavorazione». Per il futuro, la sezione Psi si dice assolutamente contraria a ogni nuova concessione di cava: «Le comunità di Marano e Fumane si vedono continuamente defraudate di un patrimonio ambientale e storico che la Cementi Verona, comperando il suolo, non può avere acquisito. La devastazione del territorio altera gli equilibri ambientali e priva questi due paesi di un possibile sviluppo alternativo, è necessaria una compartecipazione agli utili».
Già in quegli anni si auspicavano nuove disposizioni legislative, «contro quelle favorevoli agli inquinatori». L’azienda, da parte sua, si vuole accreditare come realtà partecipe della società locale: costruisce un centro sportivo con piscine e campi da tennis, rinnova il cinema teatro parrocchiale e realizza una palazzina su viale Verona in comodato al Comune per i servizi, che allora ospitava anche la direzione didattica e la biblioteca.
Nel 1970 il sindaco Pierpaolo Brugnoli per primo chiede l’intervento dell’amministrazione provinciale «per un laboratorio di igiene che consenta di verificare le emissioni delle polveri». Alla ditta viene imposto l’uso di filtri elettrostatici ai camini.